Il Consiglio Affari Economici

Il Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici

È un organismo dotato di poteri consultivi, che deve essere obbligatoriamente costituito in ciascuna parrocchia, in applicazione del principio generale del Can. 1280.

Si noti, però, che la norma del Can. 537 è più stringente: essa, infatti, esclude che, nel caso della parrocchia, ci si possa limitare ad affiancare al parroco due consiglieri amministrativi, ma esige la costituzione di un vero e proprio organo collegiale.

I Vescovi italiani, in una delle determinazioni attuative della delibera n. 61, del 27 marzo 1999, si sono impegnati ad assicurare l’effettiva costituzione del Consiglio per gli Affari Economici in tutte le parrocchie (1).

Dal momento che le situazioni concrete sono oltremodo variegate, il Codice di Diritto Canonico si limita ad attribuire al Consiglio il compito di aiutare il Parroco in tutti gli aspetti dell’amministrazione dei beni della parrocchia, facendo salva la sua responsabilità ultima e personale e la legale rappresentanza dell’ente.

Le modalità di composizione e funzionamento del Consiglio dovranno essere regolate, nel dettaglio, dalle norme date a livello diocesano dal Vescovo. Esse terranno anche conto delle esigenze specifiche delle parrocchie di consistenza particolarmente modesta e di quelle facenti parte delle cosiddette unità pastorali, ai sensi dei Cann. 517 e 526.

L’Istruzione in materia amministrativa, pubblicata dalla CEI il 1° settembre 2005, osserva che i suoi membri devono caratterizzarsi non solo per la competenza in materia giuridico-amministrativa, ma anche per l’ecclesialità:
«Quanti ne fanno parte devono essere scelti in base alla competenza, in analogia con quanto stabilito per il consiglio per gli affari economici della diocesi: essi però sono anzitutto christi fideles, chiamati a svolgere un servizio non solo in base a criteri tecnici ed economici, ma anche in riferimento a principi di ordine specificatamente ecclesiale, primo fra tutti quello dei fini propri dei beni temporali della Chiesa» (n. 105).

La CEI ha stabilito che deve far parte del Consiglio l’incaricato parrocchiale per la promozione del sostegno economico alla Chiesa (2).

In termini generali, si può dire che la collaborazione offerta dal Consiglio verte su tutti gli atti di amministrazione, sia ordinari sia straordinari, per quanto attiene l’acquisto, la fruizione, la conservazione, la destinazione, la redditività e l’alienazione dei beni parrocchiali. Il Vescovo può stabilire che la richiesta di autorizzazione di atti di alienazione e straordinaria amministrazione, presentata dal Parroco, debba essere sempre accompagnata dal parere del Consiglio.

Perché il lavoro del Consiglio Economico sia fruttuoso, è di fondamentale importanza che operi in sintonia d’intenti con il Consiglio Pastorale Parrocchiale: soprattutto nelle scelte economiche di maggiore importanza e di carattere generale, quali per esempio la decisione di costruire nuove strutture parrocchiali o di intraprendere un’attività commerciale, il Consiglio Economico non può prescindere dalle indicazioni di carattere pastorale date dal Consiglio Pastorale Parrocchiale; questo, a sua volta, non può ignorare i problemi economici della parrocchia, ma deve tenerne conto e farsene carico, soprattutto attraverso un’opera di sensibilizzazione e responsabilizzazione dell’intera comunità.

Il Consiglio per gli Affari Economici può svolgere un ruolo di particolare importanza nel far crescere, all’interno delle comunità, la cultura della trasparenza amministrativa. Il principio della trasparenza rappresenta oggi una delle condizioni assolutamente necessarie per la credibilità della Chiesa. Dal momento che la maggior parte delle parrocchie ha un giro d’affari assai contenuto e che le attività più complesse (quali, per esempio, la gestione di una scuola o di una casa di riposo) devono comunque rispondere a criteri contabili precisi e definiti, in molti casi l’obiettivo della trasparenza può essere conseguito pubblicando il rendiconto annuale, che deve essere presentato all’Ordinario del luogo (cf. Can. 1287 § 1) e che indica le entrate (in primo luogo, le offerte dei fedeli) e le uscite (cioè i costi per il personale, le attività e le utenze).

Ciò esige il superamento di quella mentalità di stampo beneficiale -ancora ampiamente diffusa-, che identifica le rendite della parrocchia con le disponibilità personali del Parroco, mortificando il coinvolgimento diretto dei parrocchiani, che hanno invece il diritto di sapere di quali risorse dispone la propria comunità e il dovere di sovvenire alle necessità della Chiesa (cf. Can. 222 § 1).

La lettera dell’episcopato italiano “Sostenere la Chiesa per servire tutti”, pubblicata il 4 ottobre 2008, è assai chiara in proposito:

«Ogni comunità parrocchiale ha diritto di conoscere il suo bilancio contabile, per rendersi conto di come sono state destinate le risorse disponibili e di quali sono le necessità concrete della parrocchia, perché sia all’altezza della sua missione» (n. 10).

 

1. Cf. determinazione n. 4, approvata dalla XLV Assemblea Generale dei Vescovi, 9-12 novembre 1998.
2. L. cit.

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